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Raffaella A Caruso- E intanto fioriscono i ciliegi

E intanto fioriscono i ciliegi

Tutto quello che nasce nella testa è nel rumore affollato dei pensieri. Hanno una voce i pensieri e continuano ad urlare. L’anima ha bisogno di un luogo più quieto, quello del cuore, dove il battito è solo respiro… Ma è davvero difficile ascoltare il silenzio del cuore, così come sentire pienamente l’anima orientale stando da questa parte del mondo. Potremo però veleggiare leggeri sulla superficie delle cose, con quella leggiadria che quieta appare nelle opere di Shinya Sakurai, cifra stilistica sua più evidente e ormai necessità nell’arte contemporanea. Mentre infatti ancora una volta il mondo cambia, lo sguardo cerca la bellezza. È fatta di equilibrio la bellezza orientale, in grado di vedere un universo intero racchiuso nel brodo del ramen così come in mille altre ritualità antiche che sono ancora oggi, nell’epoca dei Manga, dell’high tech, delle Kawaii e delle Ganguroo girls, la forza millenaria del Giappone.
È giovanissimo Shinya Sakurai, giapponese di Hiroshima quando sceglie Torino come sua città d’elezione. Ne avverte forse il fermento per le tendenze artistiche che sempre si sono relazionate con la materia e il suo risvolto “cerebrale”, ne ha riconosciuto probabilmente le forze sotterranee, cui purtroppo lo sconvolgimento della sua terra lo ha reso particolarmente sensibile. E pur appartenendo a tre generazioni successive a quella che ha vissuto nella carne la devastazione della guerra e dell’atomica, anche Sakurai non può dimenticare.
Il suo linguaggio è un neo-pop segnico, apparentemente giocoso, alla Takashi Murakami, ma la sua cifra è più profonda, tanto da essere stata subito apprezzata in patria dagli artisti del gruppo Gutai. Riesce infatti con un già maturo sincretismo a unire la ripetizione del segno, necessaria a delimitare l’ambito linguistico del suo lavoro, con lo shibori, tecnica antichissima che consiste nell’annodare il tessuto per ottenere poi con la tintura una texture astratta, conferendo così uno spessore “rituale” al segno che andrà poi sulla tela a sovrapporre, offrendogli una sorta di protezione da parte della Storia. Conciliare tradizione e ricerca è un’esigenza intima quasi esistenziale per il mondo nipponico ed è in Sakurai è qualcosa di diverso ancora: accoglie infatti l’attenzione Gutai al materiale, la necessità di non caricarlo di falsi significati, di lasciarlo semplicemente parlare con quella che è la sua vita. “L’arte Gutai non falsifica i materiali. Nell’arte Gutai lo spirito umano e i materiali si combinano tra di loro anche se sono opposti uno all’altro. […] Mantenere in vita i materiali significa tenere lo spirito vivo…” (Jiro Yoshihara, 1956, Manifesto del Gruppo Gutai). Ecco dunque che l’apparente azione espressionista dei Gutai spesso intesa come una sorta di action painting irruente e brutale perde la forza puramente gestuale per assumere invece un ritmo ampio e ripetuto, dando il tempo alla materia di parlare ed al pensiero di ascoltare. Piegare, annodare, legare secondo codici e gestualità antiche sono però anche una necessità rituale ed estetica per noi incomprensibile, spesso fraintesa. Così ad esempio Nobuyoshi Araki nelle sue fotografie così carnali e trasgressive all’occhio occidentale, utilizzando modelle legate secondo la tradizione antica dello shibari genera spesso in noi fraintendimenti. Non sono donne sottomesse le sue, ma amazzoni che cavalcano fantasie, con l’estetica però di un desiderio compresso, legato ed atteso . Ugualmente Sakurai sa di dover compiere un rito antico necessario, lento e sempre uguale, ma riesce e vuole renderlo contemporaneo reiterando il suo segno, costante, paziente, dalle variazioni attente, mai ossessivo e sostituendo il ricordo inevitabile della pioggia radioattiva con piccoli cuori, sorrisi e gocce continue di colore, come avviene nel ciclo Love pool. E se sono lacrime, lo sono di commozione e di speranza, in un silenzio interrotto neppure dai pensieri.
Il segno orientale, che viene dalla tradizione calligrafica, è infatti il risultato di una concentrazione totale, di un esasperato mentalismo che nel XVI secolo fa diventare pittori alcuni illuminati letterati. La ripetizione del segno dei calligrafi, il fissare il concetto nell’ideogramma, è un’anticipazione tutta orientale del valore segnico e simbolico dell’icona, del suo riuscire a sostanziare l’oggetto rendendolo al contempo significato e significante di un alfabeto tutto nuovo. In Sakurai questo non è quello della civiltà dei consumi, come fu per Warhol e per alcuni versi in Murakami, ma è un’attenta riflessione ed interpretazione di quel cammino dell’uomo nella storia che chiamiamo civiltà. Così nell’inedita serie di lavori presentata in questa esposizione Sakurai propone annegate nel colore fatto di olio e di colla vinilica varie icone. Quella del bottone, simbolo del fashion e riflessione di una civiltà che in occidente sembrerebbe vivere di apparenza , l’icona del teschio e della croce. Il teschio oltre ad essere diventato un’icona pop che da Warhol a Hirst a Nicola Bolla ha fatto la fortuna di molti marchi occidentali sino a farli diventare fenomeni sociologici con una vera e propria “skull mania”, riprende in Sakurai la forza del memento mori. Lo fa con la serenità di una vox media. E’ un dato di fatto connaturato all’essenza delle cose. Ed è la stessa essenza che sprigiona invece la propria forza vitale in lavori più vecchi sotto forma di demone… E in questa alternanza tra forza e abbandono penso con commozione a quel capolavoro che è Departures di Yojro Takaita, Oscar 2009 per il miglior film in lingua straniera, che affronta il tabù dell’oscura bellezza della morte, quando il corpo del defunto viene onorato e composto dal noukanshi prima del saluto estremo e come le sue movenze da tanatoesteta mentre lava, veste, compone, riescano trasformare il dolore in quieta pietas e decoro.
È il passaggio dalla vita alla morte e viceversa che mi ha fatto scegliere l’Hanami, la fioritura dei ciliegi come rituale simbolo di questa esposizione (oltre all’avere poi appreso con stupore che in giapponese sakura significa proprio ciliegio…). Tra la fine di marzo ed i primi di aprile le famiglie si riuniscono nei parchi ovunque ci sia un ciliegio in fiore: attraverso l’epifania di fioriture incredibili i giapponesi riscoprono i ritmi rurali della loro terra festeggiando la vita che si rinnova, ricordando quanto di questo si debba gioire poiché basta un soffio a far cadere i petali a terra, copiosi.
Vorrei però soffermarmi con particolare attenzione sulla croce, che Sakurai ci presenta ripetuta, in file ordinate, costanti, modulari con l’unico imprevisto delle variazioni delle celle di colore in cui è inclusa. Non c’entra la religione in queste croci. O meglio non in maniera precipua. C’entra la civiltà, quella che attraverso il Sacro Romano Impero ci ha condotto verso le moderne seppur ancora imperfette democrazie. Nessun simbolo è in questo momento per l’Europa più attuale. Se i talebani buttarono giù le gigantesche statue dei Buddha di Bamiyan ancora un altro pezzo di storia, e non solo dell’Iraq, è stato cancellato dagli jihadisti dello Stato Islamico persino nella loro roccaforte Mosul, con la distruzione di quel che rimaneva dell’antica città assira Nimrud. Così Hatra e Tal Hafar. Persino la storica moschea Hammu al Qudu, piccolo luogo di culto sunnita d’epoca ottomana è stata rasa al suolo con le ruspe pur essendo meta abituale dei fedeli di confessione sunnita, la stessa praticata dagli jihadisti dell’Isis. Il valore dell’icona è talmente forte e “pericoloso” da fare commettere scempi di distruzione che non sono solo terribili scontri tra civiltà ma annientamento della civiltà stessa, in una sorta di damnatio memoriae dell’umanità intera. E nello spazio che divide le mie parole da quando scritte a quando lette chissà quali altri crimini saranno perpetrati contro l’uomo e contro l’arte…L’arte ovunque essa si manifesti è lo sforzo dell’umanità di celebrare la propria differenza rispetto alle altre forme di vita, è il tentativo di elevazione dell’anima a Dio, di affermazione di una forza magnifica e creatrice che incanala la propria energia, attraverso il bello, verso il buono. È per questo che nei periodi bui viene colpita. Lo è stata anche con il nazismo. Ugualmente è la prova tangibile dell’ottusità e dell’impotenza dei regimi totalitari e del terrorismo. Si può sfregiare una statua, abbattere un mausoleo, uccidere un uomo, ma vita e bellezza rinasceranno sempre. E ovunque.
Trovo in questo momento il lavoro di Sakurai dunque particolarmente attuale e coraggioso. Allieta la vista e tocca l’anima. Come poeta ci parla di cuori, di bottoni, di croci, di teschi, di demoni, di colore, come uomo sa che senza simboli nessuna civiltà può salvarsi. E intanto fioriscono i ciliegi…

Raffaella A Caruso