Interludio
Shinya Sakurai, o meglio il suo lavoro, rappresenta la perfetta sintesi tra Oriente e Occidente dove i vizi dell’uno sono calmierati dalle virtù dell’altro e viceversa, dove antico e contemporaneo si fondono, dove il figurativo e l’astratto convivono senza sovrastarsi. Ed è per questo che le sue opere “funzionano” e sono al contempo esplicite e criptiche, conservando la sfrontatezza di un mondo che si ritiene da secoli vincitore e il sorriso enigmatico e l’attesa del mondo orientale.
Sono passati 10 anni dalla prima volta che ebbi a scrivere di Shinya Sakurai e ogni volta egli riesce a declinare situazioni ed emozioni in modo diverso. Ne ricordai l’affinità con il Gutai, gruppo i cui strascichi temporali ebbe il modo di frequentare pur in giovanissima età, l’utilizzo del colore e del tessuto con tecniche antiche -il rito tintorio dello shibori-, per essere poi inesorabilmente attratta dalla superficie neo-pop tutta declinata in ripetizioni forse ossessive nella mania d’accumulo occidentale ma che, se guardate in altro modo e dall’altro mondo, rappresentano un mantra attraverso cui filtrare umane debolezze e passioni.
E così dalle esplosioni di Love Pool che trasformano in amore il marchio impresso a fuoco di generazione in generazione dall’atomica (impossibile non ricordare la nascita dell’artista a Hiroshima) alla sovrabbondanza di colore nei Colors ora delicious ora terrific in cui annegare l’orrore, Shinya Sakurai riesce lentamente a creare una rete o meglio una griglia di salvataggio aggrappandoci a quelle che sono le icone del quotidiano, ripensate e meditate per fornirci forse un nuovo modus vivendi: cuori, croci, bottoni, forchette, smiles.
Poi feroce uno stacco improvviso: mi trovai a osservare in Symbol opere meno compresse diluite nel bianco su base monocroma, frutto dell’isolamento in quella cesura obbligata che taglia inesorabilmente il XXI secolo con il contagio. Un unico simbolo, la stella, speranza e “via d’uscita”. Poco colore e la teofania del bianco, momento di sospensione e riflessione, archetipo del vuoto necessario all’esistere, non minus ma necessità ontologica del pieno e delle sue manifestazioni fenomeniche (in senso kantiano).
Nascono così le opere di Marks&Traces, deuteragoniste di quest’esposizione. Il focus compositivo è paradossalmente non più l’icona, ma la traccia da essa lasciata, chiaro invito a seguire più di una via e a riconsiderare ogni alternativa possibile delle nostre scelte. Torna ancora una volta minacciosa l’allusione figurativa -ma in realtà astratta in tutta la sua forza tragicamente evocativa- al fungo atomico. Stavolta non si scioglie in un’esplosione di colore ma contiene al suo interno semi-simbolo. È come se dal vento radioattivo partisse una disseminazione tremenda in grado però di rigenerarsi e generare. Allude potente alla presenza del male nella storia, ma la corolla composta dai petali tracciati dall’esplosione indica sicuramente la possibilità della conversione. Termine ormai desueto rappresenta l’istante fulmineo della svolta perché una diversa via è sempre possibile…Ed è forse per questo motivo che gran parte dei lavori di questo ciclo sono agiti sulla superficie del velluto, di sua natura morbido e cangiante…
Non stupisca dunque il titolo scelto per questa esposizione Interludio: come nell’intervallo tra due brani d’opera ogni ciclo pittorico di Sakurai è infatti una sorta di terra di mezzo prodromica al successivo, ma mai irrisolta e sempre dotata di una vita propria e di significato diverso a seconda che se la si guardi di per sé o in rapporto al suo prima e al suo dopo…
Il ciclo Libertà è chiaramente infatti il proseguo di questa nuova via, che dopo l’utilizzo di una tavolozza estremamente rarefatta e raffinata, esplode nuovamente nel colore con un apparente repentino cambio di rotta: ma farfalle e fiori, le classiche vanitas dell’arte antica, nonostante la gioia del colore, instillano dubbi e una struggente nostalgia. Non sfuggirà allo spettatore come la leggerezza della farfalla sia gravata dalla scia di colore denso che chiaro allude alla fatica della vita e alle sue asperità.
Ci aveva abituato Sakurai a un’estrema pulizia nella reiterazione del segno, che adesso appare sporco e imperfetto, introducendo una ritmica completamente diversa, fatta di variazioni continue, di tentativi di salita e di cadute, di rincorse e riprese, quasi graffiando la tela alla ricerca di nuovi appigli. Inquieta dunque la distonia tra colore e segno alla costante ricerca di nuovi equilibri come in una composizione dodecafonica.
L’apparente anarchia compositiva con l’introduzione della atonalità nella musica dodecafonica è mitigata dalla regola per cui nessuna nota può essere ripetuta fino a che non siano state suonate tutte le restanti note della serie che fornisce la struttura sulla quale costruire tutto il brano. Per ampliare le possibilità compositive la serie può essere sottoposta a trasformazioni: i suoni possono
essere eseguiti contemporaneamente, la sequenza può essere trasposta su ogni suono, invertita a specchio (inversione), oppure suonata a rovescio (retrogradazione) o ancora sottoposta a entrambe le modificazioni contemporaneamente. Ecco questi principi compositivi (definiti nella dodecafonia con il termine “serialismo”) sono gli stessi che Sakurai mette qui in atto e penso sia per tutti immediato leggere queste opere come una partitura su cui si agitano visioni assolutamente contrastanti ma che risolvono dubbi, dissidi e dissonanze in una visione corale che permette di leggerne l’armonia.
Un’apertura diversa, rasserenante nella diluizione del colore che scioglie l’inquietudine, si legge nel movimento “orizzontale” fatto di rosa e di rose… Non c’è più la fatica della salita e della discesa: da sempre simbolo dello sbocciare e della caducità della vita, la rosa ci guida verso una diversa riflessione, quella tutta orientale sull’impermanenza, l’irrimediabile e costante cambiamento cui opporsi provoca inutile sofferenza. Pare che l’Occidente abbia dimenticato il panta rei attaccandosi a cose, persone, emozioni…
Lascia cadere il passato/lascia cadere il futuro/dimora nel presente/con cuore libero/raggiungi l’altra sponda/al di là della sofferenza recita il Dhammapada, testo tra i più venerati del mondo buddhista. Ogni fenomeno mentale o reale, cose o stati d’animo è impermanente, non è fisso nè immutabile, è soggetto a evoluzione, a distruzione, si modifica continuamente e non ha consistenza nel tempo. Ugualmente non esiste un sé separato, alieno dal resto dell’universo. La rosa è la terra che l’ha cresciuta, l’insetto morto che l’ha concimata, l’acqua e la nuvola che l’ha bagnata, il vaso che l’ha contenuta, la mano che l’ha raccolta.
L’essere privi di un sé permanente porta al concetto di vuoto come a-sostanzialità, ma non come privazione dell’essere bensì come sua potenzialità infinita, apre l’esistenza a un dinamismo continuo e alla liberazione.
Al di là delle implicazioni morali ed esistenziali della corretta applicazione di questi principi (lasciare andare dunque sofferenza e dolore è possibile anche nella vita terrena…), in arte la reiterazione del segno assume dunque un significato che va ben oltre l’evidenza grafica, è esercizio morale e riflessione, è musica, è ritmo, è flusso di coscienza in un magico e terapeutico transfert con lo spettatore, poiché con Umberto Eco la “ridondanza genera tensione”.
Tra un battito d’ali e un petalo caduto.
Raffaella A. Caruso
